Finalmente sabato!
8 ott
Buon weekend a tutti, ma prima…
Parte oggi il primo concorso per lettori di SevenHeaven.org: a chi indovinerà:
- Autore
- Titolo del libro
- Personaggio principale
inviero’ personalmente, via mail, la bibliografia completa (in formato e-book) dell’Autore in questione.
Naturalmente le risposte andranno inserite nei commenti, e il tempo limite e’ di una settimana a partire da ora!
Il brano del libro da cui partire è il seguente:
–
“La prima scena del pannello in pietra ci mostra una flotta di navi che approda e dalla quale scendono uomini, cavalli e carri.” Premette un altro tasto sul telecomando e alla prima foto se ne accostò un’altra. “Seconda scena: un esercito avversario sta uscendo da un grande fossato che circonda una città fortificata arroccata su un’altura. Nel quadro successivo l’esercito attraversa una pianura e attacca il nemico prima che possa scaricare le navi. Scena quattro: è in corso la batlia per respingere la flotta.”
“Se non fosse per le strutture in terra e la città che sembra costruita in legno, direi che si tratta della guerra di Troia”, l’interruppe Perlmutter.
Chisholm aveva lo sguardo del lupo che aspetta al varco un gregge di pecore. “Ma questa è la guerra di Troia.”
Sandecker cadde nella trappola. “Questi greci e troiani hanno uno strano aspetto. Credevo avessero barbe e non folti baffoni.”
“Ciò perché non si tratta di greci e troiani.”
“E di chi allora?”
“Di celti.”
Sul volto di Perlmutter si stampò un’espressione di genuina soddisfazione. “Ho letto anch’io Iman Wilkens.”
Chisholm ammiccò. “Quindi lei conosce le sorprendenti rivelazioni su uno dei più grandi equivoci della storia antica.”
“Potreste gentilmente informare anche noi?” interloquì Sandecker, con tono impaziente.
“Sarò felice di accontentarla”, rispose Chisholm. “La guerra di Troia…”
“Sì?”
“Non si è svolta sulla costa occidentale dell’odierna Turchia, nel Mediterraneo.”
Yaeger lo fissava con aria interrogativa. “E allora dove?”
“A Cambridge, in Inghilterra”, rispose semplicemente Chisholm, “vicino al mare del Nord.”
Tutti, eccetto Perlmutter, fissarono Chisholm con un’espressione scettica.
“Leggo il dubbio nei vostri occhi”, li sfidò Chisholm. “Sono centoventisei anni che il mondo viene ingannato, da quando un mercante tedesco di nome Heinrich Schliemann dichiarò con grande clamore di aver trovato Troia seguendo l’Iliade di Omero. Affermò che l’antico poggio di Hissarlik era un punto perfetto per costruire la città fortificata di Troia.”
“Molti archeologi e storici hanno sostenuto la tesi di Schliemann”, obiettò Gunn.
“È ancora un argomento molto dibattuto”, spiegò Boyd. “Omero era un personaggio misterioso. Non ci sono prove che sia davvero esistito. Tutto ciò che le leggende riportano è che un uomo di nome Omero prese alcuni racconti riguardanti una grande guerra, che erano stati tramandati oralmente per centinaia di anni, e li trascrisse dando loro la struttura di poemi epici e trasformandoli nella più antica forma di letteratura. È stato davvero un solo uomo a fare questo o si è trattato di una serie di persone che, nei secoli, hanno messo a punto l’Iliade e l’Odissea, i grandi classici della storia? La verità non si saprà mai. Ma, oltre al mistero dell’identità, Omero ci ha lasciato anche quello sull’effettiva veridicità dei fatti della guerra di Troia. E, se davvero si è svolta agli inizi dell’Età del Bronzo, furono realmente i greci i nemici dei troiani, oppure Omero ci ha descritto un fatto accaduto a un’enorme distanza dall’Egeo?”
Il volto di Perlmutter s’illuminò di un ampio sorriso. Boyd e Chisholm stavano affermando ciò che lui aveva sempre pensato. “Quello che nessuno ha considerato prima di Wilkens è che Omero, invece che greco, potesse essere un poeta celtico che scrisse di una leggendaria batlia avvenuta quattrocento anni prima, ma non nel Mediterraneo, bensì nel mare del Nord.”
Gunn era sconcertato. “Quindi l’epico viaggio di Odisseo…”
“Si è svolto nell’oceano Atlantico.”
La mente di Summer ragionava vorticosamente. “State dicendo che il bel volto di Elena non fu la causa della spedizione delle mille navi?”
“Quello che vorrei dire”, ribatté Boyd con un sorriso stanco, “è che dietro questo mito non c’è un conflitto iniziato a causa dell’ira di un re assetato di vendetta per il rapimento della moglie da parte dell’amante. Una donna infedele sarebbe stata una ben misera scusa per impegnare migliaia di uomini in una simile guerra. Il saggio Priamo, re di Troia, non avrebbe mai rischiato il regno e la vita della sua gente solo per permettere a un figlio ribelle di vivere con una donna che, come poi si seppe, aveva di propria volontà abbandonato il marito per un altro uomo. Né in tutto questo c’entravano le ricchezze di Troia. No, più realisticamente, la guerra fu combattuta per un elemento metallico duttile e cristallino che risponde al nome di ‘sno’.”
“St. Julien ha spiegato a mia sorella e a me il modo in cui i celti hanno dato vita all’Età del Bronzo e a quella del Ferro”, disse Dirk, alzando gli occhi dagli appunti che aveva diligentemente preso.
Chisholm annuì in segno di approvazione. “È certo che ne avviarono il commercio. Nessuno, però, può dire con certezza chi fu a mettere a punto la formula del 10 per cento di sno e 90 di rame, con cui si ottenne un metallo due volte più duro di qualsiasi elemento mai scoperto prima. Anche la datazione precisa non è certa. L’ipotesi migliore è quella che parla del 2000 a.C.”
“La fusione del rame era nota fin dal 5000 a.C. nella Turchia centrale”, affermò Boyd. “Il metallo abbondava in tutto il mondo antico e l’estrazione fu presto organizzata su vasta scala in Europa e nel Medio Oriente. Ma con l’avvento del bronzo sorse un problema. Lo sno è un elemento molto più raro del rame. Come con la corsa all’oro del Nordamerica, minatori e mercanti si sparpagliarono per tutto il mondo antico alla ricerca del minerale e, infine, scoprirono che i giacimenti più ricchi erano nel Sud-ovest dell’Inghilterra. Le tribù celtiche della zona ne approfittarono senza esitare e avviarono un commercio che partiva dall’estrazione dello sno, passava attraverso la fusione in barre e terminava con la vendita in tutti i Paesi conosciuti.”
“La richiesta era forte e gli antichi britannici crearono ben presto un monopolio che imponeva ai mercanti stranieri forti tariffe”, aggiunse Chisholm. “Mentre i Paesi più ricchi, come l’Egitto, potevano permettersi acquisti costosi, i celti del centro Europa offrivano solo oggetti fatti a mano e ambra. Senza il bronzo non potevano sperare di progredire oltre una semplice società agricola.”
“Quindi decisero di unirsi e acquisire il controllo delle miniere di sno dei britannici”, lo anticipò Yaeger.
“Esattamente”, convenne Boyd. “Le tribù celtiche del continente si allearono, invasero il Sud dell’Inghilterra e s’impadronirono delle miniere di un territorio allora conosciuto come ‘Troade’ e poi come ‘Troia’. La città principale era Ilio.”
“Quindi gli achei non erano greci”, disse Perlmutter.
Boyd annuì con un impercettibile movimento del capo. “Achaean era un termine generico per definire gli ‘alleati’. I troiani spesso si definivano i ‘discendenti di Dardano’. Proprio come la parola ‘Egitto’, che non si riferisce alla terra dei faraoni.”
“Un attimo”, volle sapere Gunn, “Da dove viene quindi il termine ‘Egitto’?”
“Prima di Omero, quella terra era conosciuta come Al Khem, Misr o Kemi. Fu lo storico greco Erodoto che, visitando le piramidi e il tempio di Luxor molti secoli dopo, chiamò l’impero morente con il nome di una terra descritta nell’Iliade di Omero. Da allora è rimasto Egitto.”
“Quali prove porta Wilkens a sostegno della sua teoria?” chiese Sandecker.
Boyd rivolse a Chisholm uno sguardo interrogativo. “Risponde lei, professore?”
“Ne sa quanto me”, disse Chisholm, con un sorriso cortese.
“Posso intervenire?” chiese Perlmutter. “Ho molto studiato il libro di Wilkens, Where Troy Once Stood.”
“Prego, faccia pure”, acconsentì Boyd.
“Di prove ve ne sono in abbondanza”, esordì Perlmutter. “Ma prima di tutto occorre dire che quasi niente di quello che Omero ha descritto regge a un attento esame. In nessuna pagina cita la parola ‘greci’ riferendosi alla flotta d’invasione. Nel 1100 a.C, quando presumibilmente la guerra ebbe luogo, la Grecia era ancora poco popolata e non esistevano città importanti che potessero mettere insieme una flotta così potente. Inoltre, i primi greci non erano marinai. Le descrizioni omeriche delle navi e degli uomini che le conducevano attraverso i mari sembrano più calzanti per gli antichi vichinghi di duemila anni dopo. Anche il mare assomiglia più a quello della costa atlantica europea che non al Mediterraneo.
“Il clima è un altro punto controverso. Omero parla di pioggia costante e battente, nebbia fitta, foschie e nevischio, condizioni riferibili all’Inghilterra più che alla Turchia, che si trova nel Mediterraneo, non lontana dal Sahara.”
“Non si dimentichi della vegetazione”, suggerì Boyd.
“Sicuramente”, convenne Perlmutter con un cortese cenno del capo. “Quasi tutti gli alberi descritti da Omero sono più adatti all’aria umida dell’Europa del Nord che all’arido clima della Grecia e della Turchia. Parla soprattutto di latifoglie decidue, mentre in Grecia sono più diffusi gli ulivi. E poi c’è la questione dei cavalli. 1 celti erano un popolo che amava i cavalli, mentre per i greci non esiste nessun documento che ne riferisca l’uso in batlia. Erano gli egizi e i celti ad avere carri da guerra, non i greci e nemmeno i romani. Preferivano combattere a piedi e utilizzare i carri solo per il trasporto delle vettovaglie e per le corse.”
“Ci sono anche discrepanze sull’alimentazione?” chiese Gunn.
“Omero parla di anguille e ostriche. Le prime nascono nel mar dei Sargassi e migrano verso le acque più fredde dell’Europa. Le seconde sono molto più diffuse nell’oceano che nel Mediterraneo. Omero usa l’espressione ‘immergersi per ostriche’, ma se un greco s’immergeva era per pescare le spugne, molto diffuse a quell’epoca.”
“E a proposito delle divinità?” lo incalzò Sandecker. “Entrambi i poemi del grande vate sono ricchi d’interferenze da parte dei vari dei che parteggiano per l’una o l’altra fazione.”
“I celti sono arrivati per primi in Europa. Gli studiosi di antichità classica ritengono che gli dei descritti da Omero erano in origine celtici e furono poi assorbiti dai greci proprio attraverso l’Iliade e l’Odissea.” Perlmutter fece una pausa, poi aggiunse: “Un altro punto interessante è che Omero afferma che i greci e i troiani cremavano i loro morti. Questa però era un’usanza dei celti. I popoli mediterranei in genere tumulavano i defunti”.
“Sono tutte ipotesi interessanti”, disse poco convinto l’ammiraglio Sandecker. “Ma sempre di congetture si tratta.”
“Devo ancora arrivare alla parte migliore.” Perlmutter sfoggiò il suo miglior sorriso. “La rivelazione più sorprendente di Wilkens dimostra senza ombra di dubbio che le città, le isole e le nazioni di cui Omero scrisse nei suoi poemi epici o non sono mai esistite o erano qualcosa di completamente diverso. La geografia e la topografia nell’Iliade semplicemente non collimano con quelle delle terre e dei mari del Mediterraneo di quel tempo. Wilkens ha scoperto che i nomi delle città, delle regioni e dei fiumi utilizzati da Omero derivano da toponimi europei e inglesi. I vocaboli greci non combaciano con quelli del territorio di Troia né dei regni degli eroi greci, come non si accordano le descrizioni dei posti con la realtà geofisica.”
“E molti sono ancora gli argomenti”, aggiunse Chisholm. “Per Omero, Menelao ha i capelli rossi, Odisseo è fulvo e Achille biondo; inoltre, molti guerrieri hanno la pelle chiara. Questi tratti non sono quelli delle popolazioni del Mediterraneo. È come se arrivassero da un altro tempo e un’altra dimensione.”
“Le tribù achee arrivarono dalle regioni produttrici di bronzo di Francia, Svezia, Danimarca, Spagna, Norvegia, Olanda, Germania e Austria”, riprese Perlmutter. “Con ogni probabilità, la flotta fu riunita nell’attuale Cherbourg e salpò verso il mare di Elle, che diede poi il nome all’Ellesponto, in Turchia, ed è oggi noto come mare del Nord. Approdarono in un grande golfo denominato mare di Tracia, quello che sulle carte geografiche odierne si chiama The Wash, nel Cambridgeshire. Le acque toccavano le spiagge della pianura dell’Inghilterra orientale, l’antica East Anglia.”
Boyd aggiunse qualcosa al resoconto di Perlmutter. “Omero parla di quattordici fiumi intorno a Troia. Tutto ciò sembra incredibilmente correlato ai quattordici fiumi dell’East Anglia. Wilkens ha scoperto che anche dopo trenta secoli i nomi sono rimasti simili e possono facilmente essere messi a confronto con quelli di allora. Per esempio, in greco si legge del fiume Temese, che, tradotto in inglese, darebbe Thames.”
“E i troiani?” chiese Sandecker, ancora non del tutto convinto.
“Il loro esercito veniva dall’Inghilterra, dalla Scozia e dal Galles”, rispose prontamente Perlmutter. “Furono anche aiutati dagli alleati bretoni e belgi, sul continente. Adesso che abbiamo il golfo e la pianura, possiamo passare al campo di batlia e alle difese. Due immensi fossati paralleli esistono ancora a nord-est di Cambridge. Wilkens crede che siano stati scavati dagli invasori, trincee simili a quelle della prima guerra mondiale per impedire ai difensori di attaccare l’accampamento e le navi.”
“Quindi dove si trovava la cittadella di Troia?” insistette Sandecker.
Perlmutter raccolse la sfida. “L’ipotesi più plausibile è quella delle Gog Magog Hills, dove sono stati portati alla luce grandi terrapieni con fortificazioni circolari circondati da profondi fossati, segno della presenza di palizzate in legno. Molti anche gli oggetti in bronzo, le urne funerarie e un elevato numero di scheletri con segni di mutilazioni.”
“Da dove viene il buffo nome di Gog Magog?” chiese Summer.
“Diversi anni fa, quando gli abitanti della regione scoprirono per caso una miriade di ossa sepolte nei campi, iniziarono a riferirsi al posto come il luogo della ‘grande batlia’ o del ‘grande massacro’. Si ricordarono allora del racconto biblico del profeta Ezechiele in cui gli spiriti del male si radunano per combattere una guerra indetta dal re Gog di Magog.”
A quel punto, Sandecker fissò prima Boyd e poi Chisholm. “D’accordo, ora che abbiamo saputo che la guerra di Troia fu combattuta nel Sud dell’Inghilterra per il possesso delle miniere di sno, che cos’ha a che fare tutto questo con le scoperte celtiche di Dirk e Summer al Banco de la Navidad?”
I due studiosi si scambiarono uno sguardo divertito. Poi fu Boyd a parlare. “La spiegazione è chiara, ammiraglio. Adesso che siamo ragionevolmente sicuri che la guerra di Troia si svolse in Inghilterra, possiamo iniziare a legare il nome di Odisseo a un viaggio avventuroso fino al Banco de la Navidad.”
Nella sala conferenze non si sentiva volare una mosca. La notizia era stata talmente inaspettata che nessuno riuscì a emettere un suono per almeno trenta secondi.
“Che cosa dice?” chiese Gunn, cercando di digerire quello che aveva appena sentito.
Sandecker si rivolse a Perlmutter con voce pacata. “St. Julien, lei è d’accordo con questa assurdità?”
“Non c’è niente di assurdo”, ribatté Perlmutter, con un ampio sorriso. “È scritto nel poema di Omero che Odisseo era il re di un’isola chiamata Itaca. Ma sulle isole greche non è mai esistito un regno, né sono state trovate rovine. Wilkens ha dimostrato, con mia ampia approvazione, che il regno di Odisseo non era in Grecia. Théophile Cailleux, un avvocato di origine belga di Calais, in Francia, ha sostenuto che l’Itaca di Omero sia in realtà Cadice, in Spagna. E, benché oggi non vi siano isole in quel punto, i geologi possono dimostrare che sono state inglobate nella terraferma nel corso dei secoli. Cailleux e Wilkens hanno identificato la maggior parte dei porti in cui Odisseo si sarebbe fermato, e nessuno è nel Mediterraneo.”
“Devo convenire”, interloquì Yaeger, “che, utilizzando le informazioni conosciute sul viaggio di Odisseo, le descrizioni omeriche, le teorie di Cailleux e Wilkens, le conoscenze sulle tecniche di navigazione dell’Età del Bronzo, l’andamento delle maree e delle correnti, Max e io abbiamo delineato una mappa degli scali di questo navigatore.”
Yaeger prese il telecomando e digitò un codice. Sullo schermo apparve una mappa della parte settentrionale dell’oceano Atlantico. Una linea rossa partiva dall’Inghilterra del Sud, raggiungeva la costa africana e, passando dalle isole di Capo Verde, si spingeva fin nei Caraibi. Con un indicatore luminoso al laser, Yaeger seguì il percorso di Odisseo.
“Il primo scalo dopo aver ripreso il mare viene descritto come la ‘terra dei mangiatori di loto’. Secondo Wilkens, si trattava probabilmente del Senegal, sulla costa occidentale dell’Africa. Il loto in quel Paese è una pianta della famiglia del pisello, abitualmente consumata dai nativi fin da epoche remote, soprattutto per l’effetto narcotizzante. Da lì, i venti lo avrebbero sospinto a ovest, a Capo Verde, luogo assimilabile all’isola dei ciclopi, perché la descrizione combacia perfettamente.”
“Era la terra dei giganti con un occhio solo”, disse Sandecker con un sorriso appena abbozzato.
“Omero non parla mai di un posto in cui tutta la popolazione aveva un occhio solo”, spiegò Yaeger. “In realtà unicamente Polifemo ne aveva uno solo, e non era al centro della fronte.”
“Se non ricordo male”, si intromise Gunn, “dopo essere sfuggito ai ciclopi Odisseo venne sospinto a ovest oltre il mare, verso l’isola Eolia.”
Yaeger annuì senza parlare. “Calcolando la direzione dei venti prevalenti e le correnti, ho stabilito che lo scalo successivo dovette essere in una delle molte isole a sud della Martinica e a nord di Trinidad. Da lì, la nave venne poi sospinta da una tempesta nella terra dei lestrigoni, che corrisponderebbe a una piccola isola chiamata Branwyn, al largo della Guadalupa. Le alte scogliere e lo stretto canale in cui Odisseo dice di essere passato con la nave corrispondono alla forma a T dell’isola.”
“Si tratta del luogo in cui i lestrigoni distrussero la flotta”, aggiunse Perlmutter.
“Se è vero”, continuò Yaeger, “le navi cariche di tesori dovrebbero essere ancora in fondo al golfo.”
“Come si chiama l’isola?”
“Branwyn”, ripeté Yaeger, “che altro non era che il nome di una dea celtica e una delle tre figure matriarcali della Gran Brena.”
“A chi appartiene oggi l’isola?” chiese Dirk.
“È proprietà privata.”
“E si sa chi è il proprietario?” chiese Summer. “Una rock star, un attore, un ricco faccendiere?”
“No, Branwyn è proprietà di una ricca signora.” Yaeger si fermò per controllare gli appunti. “Si chiama Epona Eliade.”
“Epona è il nome della dea celtica”, disse Summer. “Che strana coincidenza.”
“Forse è qualcosa di più di una piacevole coincidenza”, ribatté Yaeger. “Controllerò.”
“Quale fu lo scalo successivo di Odisseo?” chiese Sandecker.
“Era rimasto con un’unica nave su dodici”, continuò Yaeger, “e proseguì fino all’isola di Circe, Eea, che corrisponderebbe al Banco de la Navidad, un luogo che Omero mette ai confini del mondo.”
“Circe!” esclamò Summer, quasi senza fiato. “Circe era la donna che visse e morì nella struttura che abbiamo scoperto?”
Yaeger si strinse nelle spalle. “Che cosa posso dire? È un’ipotesi, che sarà molto difficile da provare.”
“Ma che cosa l’avrebbe spinta al di là dell’oceano così tanti secoli fa?” si chiese Gunn a voce alta.
Perlmutter congiunse le mani sopra il suo grande ventre. “Il traffico fra i continenti era molto più intenso di quanto non possiate immaginare.”
“M’interessa sapere dove avresti collocato l’Ade”, disse Sandecker a Yaeger.
“Il luogo più plausibile sono le grotte di Santo Tomás, a Cuba.”
Perlmutter si soffiò il naso, cercando di non disturbare, poi chiese: “Dopo aver lasciato l’Ade, dove avrebbe incontrato le sirene, il mostro Scilla e il gorgo Cariddi?”
Yaeger alzò le braccia. “Penso di dover imputare tali avvenimenti alla fervida fantasia di Omero. Non ci sono luoghi geografici da questa parte dell’Atlantico che corrispondano alle sue descrizioni.” Si fermò un attimo, prima di riprendere a seguire il percorso di Odisseo. “A questo punto, il nostro eroe tornò verso est e raggiunse l’isola di Calipso, Ogigia, che Wilkens identifica con São Miguel, nelle Azzorre. Concordo con questa teoria.”
“Calipso era la bella sorella di Circe”, disse Summer. “Erano donne di alto rango. Dopo la storia con Circe, non è con lei che Odisseo visse un romantico periodo d’amore in un giardino paradisiaco?”
“Sì”, rispose Yaeger. “Infine, dopo averla lasciata in lacrime, Odisseo, sospinto da venti avversi, approdò alla reggia di re Alcinoo, vale a dire sull’isola Lanzarote, alle Canarie. Dopo aver raccontato le sue avventure alla famiglia reale, gli venne concessa una nave e poté finalmente fare ritorno a Itaca.”
“E dove sarebbe Itaca?” chiese Gunn.
“Proprio dove ha detto Cailleux, a Cadice, nel Sud della Spagna.”
Ci furono alcuni minuti di silenzio in cui i presenti cercarono di ricordare il racconto classico per metterlo a confronto con tutte quelle nuove teorie. Quanta verità ci fosse in quelle parole, solo Omero poteva saperlo, e non parlava da quasi tremila anni.
Dirk sorrise a Summer. “Devi ammettere che Odisseo aveva un considerevole fascino. È riuscito a conquistare due delle donne più belle e influenti del suo tempo. Prima che arrivasse lui, entrambe erano caste e inviolabili.”
“La verità”, intervenne Chisholm, “è che probabilmente nessuna delle due era una dea e neppure una donna illibata. Entrambe vengono descritte come donne dalla bellezza mozzafiato con personalità magnetiche. Circe era una strega, Calipso un’incantatrice. Da mortale, Odisseo non avrebbe mai potuto soddisfarle. Ci sono quindi forti probabilità che fossero due sacerdotesse druidiche dedite a ogni sorta di perverso rituale. Di certo compivano sacrifici umani, ritenuti necessari per guadagnarsi la vita eterna.”
Summer scosse la testa. “È difficile crederci.”
“Ma è vero”, dichiarò Chisholm. “Si sa che erano le sacerdotesse ad attirare gli uomini da sacrificare nei riti e nelle orge. Inoltre, in qualità di guide del culto femminile, avevano il potere di far fare ai loro fedeli qualsiasi cosa volessero.”
Yaeger annuì. “Buon per noi che il culto druidico è scomparso un migliaio di anni fa.”
“E qui sta il nocciolo della questione”, osservò Chisholm. “La tradizione druidica è ancora molto radicata nella nostra società. Ci sono adepti in tutta Europa che seguono antichi rituali.”
“Tranne i sacrifici umani”, azzardò Yaeger sorridendo appena.
“Purtroppo non è così”, replicò Boyd serio. “Sebbene oggi sia considerato un crimine, il sacrificio umano è ancora praticato dalle sette occulte dei druidi.”






Autore: Clive Cussler
Personaggio Principale: Dirk Pitt
Titolo: Odissea
Sono stata brava??
uhm…non ti dico se e’ giusto o no!
aspetto qualche altra risposta!
EH…. ma io non l’ho letto! se è Cusser è una certezza!
buongiorno Exesof!
Autore: Clive Cussler
Titolo del libro: Odissea
Personaggio principale: Dirk Pitt
Il brano riportato si trova a partire da pag. 324 fino a pag 337 del romanzo pubblicato da edizioni TEA.
Penso di essere stato ancora più preciso di Ninfadoro.
@ Wilson: peccato che arrivi con due (2) anni di ritardo!