La verità sul caso Zidane – Materazzi

27 lug

Quella sua maglietta fina. da it.sesso.racconti

NON CONTINUARE LA LETTURA SE SEI UN TIPO CHE SI SCANDALIZZA FACILMENTE E/O MORALISTA E/O JUVENTINO E/O SE NON CAPISCI LA DIFFERENZA TRA REALTA’ E NARRATIVA!!!

Questa che mi è capitata è proprio stramba e ve la voglio raccontare.

Allora, avevo deciso di andare al mare e già questo è strano parecchio perché io al mare ci vado poco e sempre poco volentieri.

La sabbia che scotta, il sole che scotta, la luce che abbaglia, il cicaleccio che rintrona. Poi io sono anche miope e quando vado a fare il bagno, senza occhiali, entro in un mondo dove tutto è sfumato, confuso, lontano. Incerto ed insicuro.
Il mare non ha una gran attrattiva, non ha neanche un gran senso, per me.

Ma l’altra mattina, chissà perché, mi sono svegliato con la voglia di rivederlo, il mare, di ritrovare le sensazioni dell’andare al mare. Quel suo rumore morbido e ritmato che lava i pensieri ruggini. E poi gli altri rumori, inevitabili in queste spiagge ad alta densità dell’Alto Adriatico,
il brusio costante degli ombrelloni vicini, il grido più forte che improvviso arriva da qualche parte chissà da chi. Ma anche gli odori di sabbia, di legni, di salmastro, di doposole e di umanità diverse. O le ragazze da guardare.

Tutto ciò, improvvisamente, pareva tornato ad essere piacevole, un piacere lieve, vago, come di nostalgia che, poco alla volta capivo, poteva forse nascere da un sogno fatto verso mattina. Avevo sognato di quando, ragazzo,
andavo al mare portandomi dietro tutte le attese che, a quell’età, questo evento comporta. Fondamentalmente la ricerca dell’altro sesso.

L’altro sesso, appunto.

Chiamata con entusiasmo, Nicoletta mi aveva risposto di no.
Doveva andare dall’estetista perché quel week end dovevamo andare via insieme.
Non ricordavo? Non ricordavo… Certo che ricordavo!

Ugualmente no mi avevano detto Sonia, Francesca, Sabrina, Sabina, Marina, Vanina e Valentina. Problemi loro.

Katia, Marta, Cora, Lola, Nora, Dora ed Eleonora non erano adatte ad essere portate al mare.

Angela, Luciana, Maria, Agnese e Pamela non avevo gran voglia di vederle.
Angela mi aveva sbagliato gli ultimi due pompini, Luciana si era messa a ridere mentre io ero tutto preso a carezzarle il peluche e le altre tre, che stronze, si erano sposate.

Meglio, al mare ci vado da solo.

Tra l’altro, al mare, ho anche una casetta, anzi un appartamentino in un condominio che si affaccia direttamente sulla spiaggia, come si costruiva, lì, una volta.
Neanche male, ma non ci vado mai.

Allora, arrivo che non è poi tardi, trovo da parcheggiare perché nessuno, strano, mi ha occupato il posto macchina, tiro su le quattro persiane dell’appartamento, respiro a pieni polmoni il buon odore di chiuso e mi spoglio.
E poi mi guardo allo specchio.

Bello!
Bello nelle mie tonalità di grigio e di bianco.
Grigio in testa e bianco o biancastro in tutto il resto salvo che nella zona centrale dove torna il grigio appena un po’ brunito.
Ma il meglio è fornito dal gioco armonico che le diverse rotondità, distribuite con rigorosa casualità, formano sul mio corpo.
Avete presente René Thom? La teoria delle catastrofi? I diagrammi che tentano di esplicitarla? la regola di Maxwell oppure la regola del ritardo?
Ecco, appunto.

Soddisfatto dall’esplorazione mi infilo i comodi pantaloncini blu, una maglietta azzurra simil Lacoste e gli zoccoli antichi.
Raccolgo il telo da mare arrotolato ed il pacco di giornali comprati all’edicola della romana interista per la lettura delle cose che contano: Il Gazzettino, La Nuova, Il Corriere dello Sport, Tuttosport e, sopra tutti, La Rosea Sportiva e s-ciabattando sabbia col posteriore dello zoccolo entro nel dedalo di ombrelloni, di sdraio, di asciugamani e di corpi, di corpi, di corpi. Umani, quasi umani.
Con soddisfazione intravedo nella bolgia qualche corpo, giovani mamme in particolare, con proporzioni umane di pregio ed attrattiva.

Supero le varie barriere e le tentazioni ancor più perigliose e guadagno il bagnasciuga esattamente là dove la sabbia da chiara e bollente si fa scura e più fresca per l’acqua che ancora la imbomba.
Là srotolo il telo sul quale mi sdraio supino, piedi al mare, con, a fianco, il pacco di roba da leggere.

E il pacco resta lì perché mi metto a guardare la gente che passa.
E’ un passatempo che molto rilassa, guardare la gente che passa.
Distende, estranea dalla massa e la tensione, indubbiamente, si abbassa.

Come talvolta succede in cose ben più importanti di questa, nel guardarci intorno siamo attratti da quelli che, appunto, passano. Li osserviamo perché sono in movimento, perché appaiono vivi, vivaci, attivi; in quel momento diversi da noi pigramente sdraiati e fiacchi, indolenti; ma, probabilmente, ci attirano anche perché sono lontani, difficili da raggiungere e, per questo, più allettanti. E nel far ciò, nell’essere presi dai molti che se la filano via lontani, dimentichiamo di notare i pochi, magari buoni, che ci stanno vicino.

- Posso prrenderre un momanto?

Mi sento dire da una voce morbida, appena un po’ profonda, chiaramente francese, giusto di fianco a me.

L’oggetto della richiesta è il giornale.

Automaticamente getto la necessariamente rapida ma esauriente occhiata ricognitiva e constato che la voce francese esce da una bocca piacevole che si apre in un sorriso franco, e che la bocca sta su un volto un po’ largo, forte ma armonioso con zigomi alti posti sotto occhi scuri scuri e acuti, pungenti a mirarti dentro e a farti capire che la ragazza merita.
Mi rammarico, così, di non avere a disposizione qualche giornale più qualificante della robaccia che mi sono portato in spiaggia, ma la ragazza, sui trentacinque, mi chiede proprio La Gazzetta dello Sport.

La invito a prendere il quotidiano con un – Ma prego… – e la osservo meglio mentre lo legge attenta.

Il corpo è bello, alto, anzi, distesa, è lungo, forse poco meno dell’uno e ottanta.
E asciutto ma con cenni di muscolatura importanti armonicamente distribuiti su uno chassis solido e ben proporzionato.
La figura tipica di chi è o è stata un’atleta. Ecco il suo interesse per lo sport.

Cosa legge la mia atletica vicina?
La prima pagina, intanto, e poi, subito passa alla seconda dove continua, mi pare, l’articolo che riguarda il caso Materazzi – Zidane, l’indagine della FIFA e la decisione presa nel comminare le pene ai due reprobi.

Sbircio, curioso, le espressioni su quel volto più attraente che bellissimo, e la vedo incupirsi, concentrata nella lettura finché, d’improvviso, alza gli occhi ad incrociare apposta i miei. Sicura, cazzo, di trovarli proprio lì.

- Cosa legge?

Pronta la reazione intelligente di quello che non si fa mai cogliere di sorpresa.

E alla pronta reazione seguono con giusto dosaggio acute domande tipo:

- Come mai si interessa di calcio?
- Allora, vista la finale?
- Rimasta male?

E via così, con la conversazione che diventa sempre più sciolta, lei che risponde con frasi sempre più lunghe, più articolate, ogni tanto un poco accese e condite da un filo di polemica dimostrando però, insieme alla passione, anche una buona competenza sull’argomento calcio.

Dalla finale mondiale.
- Soliti Italiani opporrtunisti…
- Sì ma noi abbiamo anche preso una traversa e fatto un gol annullato…
- Il nostrro joco era migliorre…
- Questo è vero però noi…

Siamo passati all’episodio Materazzi-Zidane.
Lì, credetemi, nonostante il mio cuore juventino mi leghi ancora alle immagini di Zizou il grande caracollante in bianconero, ho difeso il povero Matrix, soprannome di Materazzi, e la sua frase, forse due, appena un po’ villana, o villane, poco peggio che innocenti.
Ma lei, qui con calma ma con determinazione, mi ha spiegato a lungo come, per la cultura di un Francese che comunque rimane fondamentalmente un Algerino nel sentire, nel pensare e di conseguenza, nel comportarsi, qualsiasi riferimento anche vagamente offensivo alla famiglia, in
particolare alle donne della famiglia divenga un oltraggio non solo inaccettabile, ma addirittura insopportabile. Anche se ti sei evoluto, se razionalmente sai che ti devi reprimere, in certi momenti di minore lucidità il peso di questa offesa si fa tale da doverla assolutamente rimuovere con un gesto violento.
E’ inutile chiedersi, dice lei, se sia giusto o no, se sia esagerato o corretto, è così e basta.
Forse, continua, in un mondo come l’attuale dove sempre minore è il rispetto nei confronti dei più deboli, dove, insieme, sempre meno è sentito dall’uomo il dovere di difendere le donne in generale e le proprie in particolare da offese e volgarità, non è poi così male che qualcuno ancora abbia dentro questo tipo di sensibilità, non è un caso che anche nella Francia evoluta
Zidane sia stato accolto come un giusto.

Non insisto più di tanto, in particolare non insisto sulla differenza tra una difesa civile, basata sull’equità della reazione rispetto all’offesa, ed una violenta portata con mezzi e con risultati sproporzionati rispetto l’offesa ricevuta. Un po’ per dovere di ospitalità ed un po’ perché nel
fervore del patrocinio dell’illustre connazionale l’atletica ragazza si fa bellina davvero, attraente e – devo dirlo? – desiderabile.

Abbiamo parlato di altri argomenti più o meno connessi a questi e, tra le altre cose, ho appreso che il termine “cugini” riferito ai Francesi è unidirezionale. Nel senso che solo noi Italiani sentiamo questo tipo di legame nei loro confronti mentre per loro, in generale, noi Italiani siamo
solo bizzarri Europei talvolta piuttosto divertenti.
Ma non per tutti, dice, non per lei, per esempio, che ci conosce bene perché sta in Italia da molto e adora il nostro stile di vita e adora gli uomini italiani passionali, divertenti e, dice così, sexy.

Me lo dice guardandomi così, da sotto in su, con quegli occhi acuti, pungenti, che ti mirano dentro e che, se si fanno un po’ dolci, ti fan venire voglia di qualcosa che non sai bene.

- Fame, mi è venuta fame.
- Anche a me.

La trattoria “Alla Pergola”, a duecento metri dal mio appartamento, da sempre fa una frittura mista che è una frittura mista, con i pescetti, le schie, e, se si è fortunati, pure con qualche soglioletta lunga un dito. La fanno in continuazione, anche per esporto, la frittura, così che, con poca attesa, la si può avere calda e croccante appena tirata via dalla friggitrice. Naturalmente la si accompagna con molte fette di polenta tassativamente bianca e di grana media. La polenta va preparata prima, lasciata raffreddare, liata a fette e passata poi sulla graticola per averla soda e con la pelle lievemente accartocciata, abbrustolita, insaporita e rigata di bruno.
Mentre attendo la fine della cottura per portare a casa il plateau di fritto, mi torna in testa il grido sicuro, quasi autoritario, col quale la bella sportiva mi ha congedato per andare a farsi la doccia: “Prrosecco”.
E Prosecco ho subito procurato dalla cantina specializzata della trattoria.
Due Canevel spumante, per me sempre tra i migliori, e, per non sbagliare, un ottimo Bortolomiol fermo.

Poggiata al muretto del terrazzino che dà direttamente sulla spiaggia, aspetta, l’amica francese, in piedi guardando il mare ora quasi vuoto per l’ora calda. Sui calzoncini blu indossa una maglietta bianca, lucida, sottile, difficile da non riconoscere. Ha le righe blu, bianche e rossa
della Adidas ed il numero dodici di Henry. Davvero una bella visione. Da restar lì a guardarla qualche attimo in silenzio finché lei non si gira, mi sorride senza farmi capire cosa ci sta dietro a quel sorriso e viene, gentile, a prendere il sacchetto con le bottiglie.

Le apprezza tutte, le bottiglie, la mia nuova amica, tutte e tre, intendo.
Se è sorta tra noi una gara a chi ne ha bevute di più, l’ha certamente vinta lei.
Metà della prima di Canevel è andata in una caraffa di spritz, in trattoria mi sono procurato anche una bottiglia di Bitter Campari, toccasana ghiacciato per sciogliere residui di gelo, così che già al momento di sederci a tavola parliamo più forte e ridiamo per niente.

Le tette adesso sono dure e ballonzoline per gli spritz, per i movimenti di prenditi un altro po’ di frittura, tò una fetta di polenta, assaggia il Bortolomiol, quasi mi piace di più del Canevel e, ci spero tanto, per le mie famose tonalità e per le dosi massicce di feromoni che ho recuperato
raschiandole da tutte le parti del corpo dove si erano imboscate per diffonderle, con abili movimenti, nel raggio di sua ricezione.

Belle proprio quelle tette ballonzoline che la maglietta bianca, lucida, fina avvolge e risalta rendendole desiderabili ben più che se fossero nude.
Lì gli occhi miei cadono in continuazione e sostano sempre più a lungo finché non me ne frega più di toglierli da quel mio incanto e lei, ridendo con la polenta in bocca, appena un po’ sguaiata, mi spara un:

- Così vedi meglio?

E si tira su fino al mento il bordo della maglietta scoprendo di botto le meraviglie velate.

Se sto fermo a guardare guardo meglio e lei mi lascia guardare più a lungo, mi dico.
Se mi muovo sono a rischio. Sto fermo a guardare? Manco pel cazzo.
Afferro il bordo sollevato e porto quel lembo a coprirle la faccia e, sentendo che continua a ridere, blocco con presa sicura il ballonzolio della ballonzolina destra incurante dello scarto indietro, previsto, che l’atletica francese compie continuando, però, a sganasciare polenta.
Rovescio la sedia e lascio il desco imbandito per seguirla nel suo movimento all’indietro senza mollare né il lembo che la copre né la ballonzolina che, morbida, trabocca dalla mano che la tiene. Anzi, poiché i borboglii che vengono da sotto il lembo continuano a sembrare più ridacchiosi che minacciosi, decido di dedicarmi con maggiore cura a quella e, già che ci sono, anche alla sorella fin qui trascurata.

Di mano l’una, di bocca l’altra, di bocca l’una, di mano l’altra, lavoro con passione e perizia entrambe le ballonzoline attento a non preferire mai l’una all’altra, finché, sentendo silenzio da sotto il lembo della maglietta, decido che è venuto il momento di riscoprire quel volto.

Ci ritrovo il sorriso, placato, addolcito e gli occhi non mirano più, pungenti, all’interno di quello che pensi, ma guardano attorno ed aspettano. Aspettano ciò che anche la bocca si attende, il bacio.

E bacio, allora, un occhio prima e poi la bocca che subito mi porge le labbra per aprirsi ed accogliermi calda, saporosa.

E’ un bacio che sa di polenta, che sa di mare ancora un poco fritto, che sa di donna giovane e forte che vuole baciare per il vino bevuto, per l’intontimento del sole, per lo sciacquio che ritmato fa da sottofondo sonoro al nostro bacio. E, forse, un po’ anche per me. Per quello che le ho detto, per come l’ho detto, perché sono lì, con le mie tonalità di grigio e di bianco e le curve imponderabili della regola di Maxwell.

Malandrina, il bacio non le basta per niente.
Riconoscente, vuole ricambiare le carezze riservate alle sue dolci ballonzoline dedicandone di uguali al mio prode ballonzolino. Restando seduta dov’è, continuando il bacio gustoso, fruga esperta nelle pieghe dei calzoncini blu che ancora indosso da questa mattina. Terrorizzato da come potrebbe trovarlo il poro ballonzolin sorpreso cerco di sottrarmi a queste carezze che pure mi fanno morir di languore, ma lei, veloce, infila la mano nella patta e morbida afferra il morbidone che, con un guizzo di orgoglio, reagisce come mai avrei sperato giungendo in tempi lodevoli a dimostrare l’apprezzamento per le attenzioni rivoltegli.

Mi ritrovo in piedi, staccato dal bacio, nella posizione dell’attenti, le brache calate ma la lancia orgogliosamente in resta.

Se la porta alla guancia, la lancia, e l’appoggia premendo leggera a sentire qualcosa che proprio non so. L’avvicina alla bocca, la lancia, e la vuole baciare, la vuole leccare, la estrae dal fodero e la rinfodera per poi estrarla di nuovo e ogni volta dedicarle così una molle leccata e lasciarla
così, sempre più piena di piacere che dalla punta si irradia per tutto il percorso dell’asta fino ad entrare nel resto del corpo e giungere, infine, alla testa.

Non le basta leccarla, quell’asta, la vuole ingoiare, la vuole mangiare, la vuole avere intera per sé e dentro sé per goderla nella sua pienezza pulsante di carne vivente.

Io sono sorpreso e turbato ma pure compiaciuto da questo sviluppo che conto sia solo un momento gustoso di tutto un più ampio percorso che mi porterà a ciò che più voglio e che mi attira da impazzire.
Ma mentre la testa su questo si fissa, quell’altra di testa, quella dell’asta, agisce da sola e sola innesta la fase temuta del non più ritorno.

Esplode il piacere, è vero, che il corpo coinvolge e, insieme, quella parte dell’anima a ciò delegata, ma, nello stesso tempo, esplodono anche quelle cose ben note che, senza esser corpo, corporali lo sono oltremodo.

Mi tolgo veloce dalla bocca che poc’anzi sapeva di polenta sperando di non averle guastato il sapore, ma l’azione di spruzzo continua imperlando, ahimè, la guancia, il collo, quella sua maglietta fina.

- ah, merde!
- Espèce de con!
- Regarde ce que t’as fait de mon shirt, voyons!

- Oddio, scusami, scusami tanto.

Riesco solo a balbettare mentre lei si alza di scatto e si dirige verso il bagno passandomi di fianco come ormai non esistessi più.

- Su, via, dammi la maglietta.

Le dico con l’intenzione di lavargliela io da quelle esternazioni appiccicose. Un mio dovere.

Ma come mi termina la frase in bocca la vedo bloccarsi, girarsi felina, sollevare il capo con la bella zazzera nera che per il sudore le si appiccica in testa facendola sembrare, per un balenio strambo, calva.
La bocca è tirata, la mascella diviene squadrata, il naso d’improvviso appare più ampio e massiccio e gli occhi, gli occhi sono carboni furenti, in un attimo capisco chi è: è lei… è lui… è lei…

Lei vede che l’ho riconosciuta:

- Oui, je suis Lila Zidane

In un balzo quel corpo da atleta mi è addosso, gli occhi di carbone furente entrano un attimo appena nei miei e subito scompaiono abbassati da un colpo del collo rapido come una frustata, forte come il battere di un maglio, che mi fa piombare la fronte appena poco fa leggiadra, dura e dolorosa sulla bocca dello stomaco, appena sotto lo sterno.

La botta, terribile, mi fa stramazzare a terra dove rimango tramortito senza riuscire a muovermi. Dalla nebbia dove sono piombato la sento lontana trafficare in bagno, sparare qualche merde qua e là, raccogliere le sue robe e andarsene lasciandomi solo un:

- Je ne regrette rien.

Prima di sbattere la porta.

Ora sono qua, che non capisco ancora bene cosa sia successo.
Vorrei fare qualcosa ma non so bene…

Vorrei mettermi in contatto con Materazzi, ma non so come, non lo conosco.

Se qualcuno di voi lo conoscesse o sapesse come mettersi in contatto con lui, potrebbe, per favore, dirgli che ce l’ho qui, l’ha lasciata qui.
Io l’ho lavata bene e l’ho anche portata al lavasecco per sicurezza.

Penso che, in fondo, gli spetti.
In fondo è la maglietta della sorella di Zidane.

[l' autore di questa storia, a cui vanno tutti i meriti e i miei personali complimenti (per quel che possono valere) è: uno nero]

[s]Zidane, Materazzi, World Cup, France, Francia, Italy, Italia, Soccer, Football, Headbutt, Fifa, Sports[/s]

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  1. .:SevenHeaven:. » Materazzi e la sorella di Zidane - settembre 11, 2006

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