Da quasi 8 anni i film di Harry Potter, che siano stati girati da Yates, da Newell o da altri, hanno sempre raggiunto un livello stilistico ed interpretativo molto alto, dimostrandosi un ottimo connubio tra cinema commerciale e di qualità. Anche Il Principe Mezzosangue, inizialmente previsto a novembre 2008 ma rinviato di sei mesi, non smentisce questa tradizione.David Yates, infatti, dopo aver fatto tesoro dell’esperienza maturata nel film precedente, compie un ottimo lavoro. Il regista riempie ogni inquadratura di dettagli magici e di strizzate d’occhio ai fan, e non scade quasi mai nel banale o nel già visto (eccetto per la scena con il Millennium Bridge, uscita da un film catastrofistico di serie B come The Core, piuttosto che da un kolossal da milioni di dollari).

Yates comunque nel suo lavoro è aiutato da una squadra di tecnici eccezionali, che permetterebbe a chiunque di girare una grande pellicola. Dalle scenografie di Stuart Craig, passando ai costumi della Jany Temime, fino ad arrivare alla fotografia di Bruno Delbonnel, tutto è come ci si immagina leggendo il libro. Significativo è soprattutto l’apporto del già direttore della fotografia del Favoloso Mondo di Amelie. La sua mano si vede dappertutto, specie nei viaggi nel Pensatoio, dove i ricordi vengono resi efficacemente in maniera fumosa e fredda.

Il fiore all’occhiello del film rimane comunque l’ottimo cast. La fortuna della pellicola infatti risiede soprattutto nell’aver dato, è il caso di dire finalmente, spazio anche ad altri ottimi attori, oltre ai tre protagonisti. Daniel Radcliffe, Emma Watson e soprattutto Rupert Grint ( che ancora una volta sfoggia una capacità comica non indifferente) si dimostrano come sempre affiatati e capaci, ma questa volta lasciano la scena anche ad altri bravi colleghi. In particolare Michael Gambon e Tom Felton colgono al balzo l’occasione e con grandi interpretazioni riscattano i loro personaggi da ruoli secondari, spesso macchiettistici (leggi: Draco Malfoy trattato come un povero scemo) a cui sono sempre stati rilegati.

Se di Gambon conoscevamo già bene tutte le qualità (e nelle scene finali le mostra tutte), la vera sorpresa è Felton. L’attore ventiduenne, con poche mosse e il solo sguardo, crea un personaggio tormentato, chiamato anche lui come il suo rivale Harry Potter a un compito troppo grande e terribile da poter essere sopportato. Finita la saga, il serpeverde rimane a mio parere il talento più accreditato per farsi una solida e fruttuosa carriera.

Anche gli altri comprimari sono come sempre perfetti. Helena Bonham Carter, David Thewlis, Alan Rickman, Helena McCrory e la meravigliosa Evanna Lynch (cosi deliziosamente folle anche nella vita reale
) fanno un ottimo lavoro nel poco tempo concessogli. Convincente la new entry Broadbent/ Lumacorno, che nella parte di un mago vigliacco e mediocre riesce a divertire, disgustare e commuovere allo stesso tempo.

Nonostante questo, la pellicola non può dirsi esente da difetti, imputabili principalmente alla sceneggiatura di Steve Kloves. Tornato dopo la pausa del quinto episodio, lo sceneggiatore texano non riesce nelle prime due ore (e quindi nella maggior parte del film) a trovare il giusto equilibrio tra i temi principali. Se le indagini di Harry e Silente, la storia del misterioso libro di pozioni e i ricordi di Voldemort funzionano e coinvolgono il pubblico, la parte amorosa, invece, risulta imbarazzante e fastidiosa (sensazione che personalmente avevo provato anche nel libro).

E’ vero che i protagonisti sono, nella finzione, quasi tutti adolescenti in piena tempesta ormonale, ma che senso ha raffigurarli come un branco di arrapati, buttando qua e là battute e vicende prese direttamente da Dawson’s Creek? Per fortuna la situazione migliora sensibilmente quando vengono archiviati tutti i patemi d’amore e si entra nel finale del film. L’ultima mezzora infatti è una delle migliori di tutta la saga, soprattutto perché riesce a raggiungere un livello di tensione tale da far passare in secondo piano anche i pochi elementi poco riusciti, come gli Inferi, troppo simili ai pessimi vampiri di Io sono Leggenda per mettere paura (da questo punto di vista sono molto più efficaci i Dissennatori). In questo segmento Kloves fonde al meglio commozione, colpi di scena e disperazione. Se per approcciarsi alla prossima sceneggiatura partirà da questi pochi minuti finali, l’adattamento dei Doni della Morte sarà fantastico.

In conclusione, questo sesto capitolo non può essere considerato il migliore episodio della saga, ma rimane un ottima pellicola e riesce a creare subito l’attesa per un doppio epilogo che, ci si augura, sarà col botto…Da quasi 8 anni i film di Harry Potter, che siano stati girati da Yates, da Newell o da altri, hanno sempre raggiunto un livello stilistico ed interpretativo molto alto, dimostrandosi un ottimo connubio tra cinema commerciale e di qualità. Anche Il Principe Mezzosangue, inizialmente previsto a novembre 2008 ma rinviato di sei mesi, non smentisce questa tradizione.

David Yates, infatti, dopo aver fatto tesoro dell’esperienza maturata nel film precedente, compie un ottimo lavoro. Il regista riempie ogni inquadratura di dettagli magici e di strizzate d’occhio ai fan, e non scade quasi mai nel banale o nel già visto (eccetto per la scena con il Millennium Bridge, uscita da un film catastrofistico di serie B come The Core, piuttosto che da un kolossal da milioni di dollari).

Yates comunque nel suo lavoro è aiutato da una squadra di tecnici eccezionali, che permetterebbe a chiunque di girare una grande pellicola. Dalle scenografie di Stuart Craig, passando ai costumi della Jany Temime, fino ad arrivare alla fotografia di Bruno Delbonnel, tutto è come ci si immagina leggendo il libro. Significativo è soprattutto l’apporto del già direttore della fotografia del Favoloso Mondo di Amelie. La sua mano si vede dappertutto, specie nei viaggi nel Pensatoio, dove i ricordi vengono resi efficacemente in maniera fumosa e fredda.

Il fiore all’occhiello del film rimane comunque l’ottimo cast. La fortuna della pellicola infatti risiede soprattutto nell’aver dato, è il caso di dire finalmente, spazio anche ad altri ottimi attori, oltre ai tre protagonisti. Daniel Radcliffe, Emma Watson e soprattutto Rupert Grint ( che ancora una volta sfoggia una capacità comica non indifferente) si dimostrano come sempre affiatati e capaci, ma questa volta lasciano la scena anche ad altri bravi colleghi. In particolare Michael Gambon e Tom Felton colgono al balzo l’occasione e con grandi interpretazioni riscattano i loro personaggi da ruoli secondari, spesso macchiettistici (leggi: Draco Malfoy trattato come un povero scemo) a cui sono sempre stati rilegati.

Se di Gambon conoscevamo già bene tutte le qualità (e nelle scene finali le mostra tutte), la vera sorpresa è Felton. L’attore ventiduenne, con poche mosse e il solo sguardo, crea un personaggio tormentato, chiamato anche lui come il suo rivale Harry Potter a un compito troppo grande e terribile da poter essere sopportato. Finita la saga, il serpeverde rimane a mio parere il talento più accreditato per farsi una solida e fruttuosa carriera.

Anche gli altri comprimari sono come sempre perfetti. Helena Bonham Carter, David Thewlis, Alan Rickman, Helena McCrory e la meravigliosa Evanna Lynch (cosi deliziosamente folle anche nella vita reale
) fanno un ottimo lavoro nel poco tempo concessogli. Convincente la new entry Broadbent/ Lumacorno, che nella parte di un mago vigliacco e mediocre riesce a divertire, disgustare e commuovere allo stesso tempo.

Nonostante questo, la pellicola non può dirsi esente da difetti, imputabili principalmente alla sceneggiatura di Steve Kloves. Tornato dopo la pausa del quinto episodio, lo sceneggiatore texano non riesce nelle prime due ore (e quindi nella maggior parte del film) a trovare il giusto equilibrio tra i temi principali. Se le indagini di Harry e Silente, la storia del misterioso libro di pozioni e i ricordi di Voldemort funzionano e coinvolgono il pubblico, la parte amorosa, invece, risulta imbarazzante e fastidiosa (sensazione che personalmente avevo provato anche nel libro).

E’ vero che i protagonisti sono, nella finzione, quasi tutti adolescenti in piena tempesta ormonale, ma che senso ha raffigurarli come un branco di arrapati, buttando qua e là battute e vicende prese direttamente da Dawson’s Creek? Per fortuna la situazione migliora sensibilmente quando vengono archiviati tutti i patemi d’amore e si entra nel finale del film. L’ultima mezzora infatti è una delle migliori di tutta la saga, soprattutto perché riesce a raggiungere un livello di tensione tale da far passare in secondo piano anche i pochi elementi poco riusciti, come gli Inferi, troppo simili ai pessimi vampiri di Io sono Leggenda per mettere paura (da questo punto di vista sono molto più efficaci i Dissennatori). In questo segmento Kloves fonde al meglio commozione, colpi di scena e disperazione. Se per approcciarsi alla prossima sceneggiatura partirà da questi pochi minuti finali, l’adattamento dei Doni della Morte sarà fantastico.

In conclusione, questo sesto capitolo non può essere considerato il migliore episodio della saga, ma rimane un ottima pellicola e riesce a creare subito l’attesa per un doppio epilogo che, ci si augura, sarà col botto…


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