più facile assolvere un pedofilo pentito che una donna che ha abortito
7 apr
E’ più facile assolvere un pedofilo (pentito) che non una donna che ha abortito. Un tema scottante ma nel campo sacramentale, la disciplina e la prassi della Chiesa sono ferree. Il Reggente della Penitenzieria, monsignor Gianfranco Girotti, spiega il perchè, contestualizzando il fenomeno.
E per quanto riguarda la pedofilia come si deve comportare un confessore che raccoglie la confessione di un pedofilo? Che consigli fornite?
«Un penitente che si è macchiato di un delitto simile, se è è pentito sinceramente, lo si assolve. E’ chiaro che dinnanzi a casi di persone consacrate soggette a disordini morali costanti e gravi (sottolineo, costanti e gravi)* il confessore dopo aver, senza successo messo in atto tutti i tentativi per ottenere l’assoluzione consiglierà di abbandonare la vita ecclesiastica».Ma il confessore può andare dall’autorità giudiziaria e denunciarlo?
«Assolutamente no. Il confessore non solo non può imporgli l’autodenuncia, ma non può nemmeno recarsi da un magistrato per denunciarlo. Romperebbe il sigillo sacramentale. Una cosa gravissima. Se lo facesse il confessore incorrerebbe nella scomunica ipso facto, immediata. E poi verrebbe meno pure la fiducia sacramentale che è una disciplina molto rigida da sempre. Basti pensare che durante il Concilio Lateranense, siamo nel XII secolo, fu addirittura emanata una norma che imponeva la sospensione e la reclusione in un monastero per tutta la vita per il sacerdote che aveva rotto il sigillo sacramentale».Perchè i confessori possono assolvere direttamente un omicidio o anche un abuso sessuale ma non possono assolvere una donna che ha abortito se non prima di avere ottenuto dal vescovo una dispensa speciale?
«L’aborto viene considerato un peccato riservato, diciamo speciale. Oltre all’aborto vi è la violazione del sigillo sacramentale, l’assoluzione di un complice e la profanazione dell’eucarestia. Nel caso specifico è chiaro che la Chiesa vuole tutelare al massimo la vita della persona più debole, più fragile, e cosa c’è di più inerme di una vita che è in divenire e non è ancora nata?»
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Forse, più fragile di un embrione, c’è la vita di un bimbo indifeso, una vita turbata e violentata per sempre dall’agire di uomini che liberano così le loro frustrazioni, ricevendo poi l’assoluzione della Chiesa.
Il pensiero della Chiesa è ormai chiaro: la pedofilia si perdona, l’aborto no.
La Repubblica democratica italiana pensa l’opposto, l’aborto è un diritto, entro determinati limiti, della donna; la pedofilia è un abominio contro vite indifese.
Le problematiche che ne conseguono sono enormi, soprattutto per un Paese da sempre succube del pensiero Vaticano; e, per uscirne, servirebbe una lucida riflessione, non certo l’invio contro i magistrati che indagano di ispettori ministeriali che tanto somigliano a pattuglie di una resuscitata Santa Inquisizione.
E’ stato lo stesso Joseph Ratzinger, quando era Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, a imporre il silenzio su “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti” rivedendo e integrando un documento rimasto segreto fino a pochi anni fa chiamato “Crimen sollicitationis” [leggi] che imponeva alle autorità ecclesiastiche il vincolo della segretezza su quei crimini contro la morale e contro i sacramenti elencati nel documento “De delictis gravioribus”. Secondo quanto affermato in questi documenti le pene verso i sacerdoti che si macchiavano di tali indecenti delitti sarebbero state di competenza del Tribunale ecclesiastico e quindi sotto la tutela del Diritto Canonico. Nelle suddette disposizioni non si fa alcun cenno né alle vittime né alle eventuali denunce alle competenti autorità della magistratura. In sostanza viene scavalcato a piè pari il Diritto Civile e Penale nonché i fondamentali Diritti Umani a favore del Diritto Canonico, l’unico riconosciuto dalla Chiesa. Non è sbagliato quindi sostenere che le autorità ecclesiastiche hanno nascosto alla Magistratura gravi reati, quali la pedofilia, senza alcun ritegno per le vittime di tali abusi.
Il punto controverso è proprio il Diritto Canonico. Secondo il Vaticano i sacerdoti e tutte le autorità ecclesiastiche sono soggette al Diritto Canonico prima ancora che al Diritto Civile e Penale dello Stato in cui si trovano. Se quindi commettono un reato contro la morale e contro i sacramenti (la pedofilia e le molestie sessuali vi sono compresi), secondo quanto stabilito dalla Chiesa, possono essere giudicati solo ed esclusivamente dal Tribunale Ecclesiastico. Questo, naturalmente, in base al Crimen sollicitationis, comporta la totale segretezza sui reati commessi dai sacerdoti nel totale disprezzo delle vittime e della giustizia ordinaria. Ebbene questo si chiama “occultamento di reato” e sfido chiunque a sostenere il contrario.
*Nota di gipuntoe: E, se il prete abusa di un bambino una sola volta, Mons. Girotti, lei gli dice: “Bravo”?






Io evito di fare commenti.. anzi no, dico solo che sono a favore della pena di morte!